giovedì 18 maggio 2006

"A voice from within": testimonianza dal braccio della morte


Università Statale di Milano (maggio 2006):
Franco Giani (Comunità di Sant’Egidio) racconta la storia di una amicizia per posta con Paris Powell, afroamericano, condannato a morte in Oklahoma (USA).
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2 commenti:

redazione ha detto...

PARIS LAPRIEST POWELL



La sua storia inizia nel 1973 in Illinois. Paris Powell è un tipico figlio del ghetto, cresciuto con il sogno di diventare un “Gangsta”, con una famiglia completamente assente e disgregata e con un’infanzia legata a varie adozioni, relative fughe, microcriminalità e riformatorio. Nelle sue lettere, Paris non rinnega il suo passato. Scrive:



«...cerca di capire da dove provengo io. - Se tu provieni dal Ghetto, non è questione SE un giorno potrai finire in prigione, ma QUANDO ci finirai e PER QUANTO TEMPO...»



«...io so che un gran numero di azioni che ho commesso sono state semplicemente terribili ed è proprio la comprensione e l’ammissione dei miei errori, delle mie azioni e delle reazioni negative che mi hanno permesso – mi hanno aiutato – a crescere e a trasformarmi nell’uomo che ora io sono...»



«...devi sempre tenere bene a mente che è proprio grazie al mio violento passato che ora il mio atteggiamento e la mia Fede Non-Violenta non possono scendere ad alcun compromesso...»



Nel 1993 Paris viene accusato dell’omicidio di una donna e viene condannato a morte in base ad un’unica testimonianza, poi più volte ritrattata e ritenuta estorta dall’accusa.

Nel 1997, a seguito della condanna, entra nel carcere McAlester (Oklahoma), ma continua tuttora a lottare per la sua innocenza.

Nelle sue lettere non discute molto della pena di morte e non perché tema quella fine e voglia rimuoverne un fantasma sempre incombente o fuggire dalla realtà. A lui interessa maggiormente parlare della VITA. Scrive:



«...Ci sono solo due cose che si possono fare qui imprigionato in questo inferno: marcire o elevarsi... io ho scelto di elevarmi»



«...Sono sopravvissuto con la mia sanità mentale intatta e con la capacità di continuare a sorridere...»



«...non basta elevarsi individualmente, elevare il proprio spirito, bisogna trovare il modo di aiutare anche gli altri ad elevarsi...»


«...la prima cosa che la gente dovrebbe fare è comprendere che la Sofferenza trascende tutte le razze, le religioni, i generi...»

«...se riuscissimo a vedere la Sofferenza degli “altri” con gli occhi della Compassione, allora troveremmo motivo di Unione...»

Paris è entrato in prigione a 19 anni ed ora ne ha 33. Il braccio della morte lo ha cambiato. Ma non è maturato solo per l’età. In carcere, Paris si confronta anche con la spiritualità. Legge più volte la Torah, il Corano e la Bibbia. Poi scrive un testo (“Una voce dal didentro”) rivolto a ragazzi del ghetto che stanno conducendo una vita come la sua ed hanno problemi con la giustizia: descrive loro la sua esperienza, del bruciare la propria vita adorando falsi idoli. Nel suo scritto decide di inserire una preghiera a Dio:

«Dio, ascoltami, perché tu sai come io sono fatto. Ho letto un poco delle tue parole e questo mi ha portato a rivedere alcune cose. Ce ne sono ancora molte che non conosco, ma ascolta Dio, le tue parole dicono che tu realmente puoi vedere dentro il cuore di ogni uomo, nella sua mente e nella sua anima. Io l’ho sempre dubitato, ma se tu guardi, proprio ora, nel mio cuore, nella mia mente e nella mia anima, vedrai che non sono mai stato più serio di così, neanche quando agivo per la mia Gang. Dio, io ho superato ogni altra cosa, ma ora un groppo mi sale alla gola, perché tu sei la mia ultima risorsa, le tue parole dicono che tu puoi ancora accettarmi.

Dio, in questo momento ti dico che se non mi aiuti proprio ora, io non proverò un’altra volta. Non so se posso parlare così con te, ma lo faccio perché tutto ciò è troppo importante per me. Tutte le altre volte che mi sono rivolto a te, io pensavo che tu mi dovessi qualcosa per la vita miserabile che ho avuto. Ora, io non voglio che tu apra questa prigione, non voglio soldi ma è proprio per la vita miserabile che ho condotto che ora vengo a te direttamente. Tutto ciò che ti chiedo, Dio, è di conoscere la tua parola, di conoscere di più di questo Gesù di cui ho sentito ed ho letto e poi, di restituirti tutto quello che mi hai dato, cioè la mia vita ... »

Ha poi scritto a Franco:

«...realmente non ho mai pensato alla mia Esperienza, alla mia Umanità ed alla mia Spiritualità reclamando che tutto ciò fosse una Conversione.

Ma ora, ripensandoci bene, potrebbe essere una Conversione. Intendo dire che prima, in realtà, non credevo in Dio – non avevo Consapevolezza.

Quindi, dal momento che Convertirsi, significa cambiare il proprio Credo, beh! Sì, allora sicuramente, al 100% io sono passato attraverso un Genuina Conversione.... »

Queste parole siano un’ulteriore testimonianza della Rinascita di Paris e ci rivelano chiaramente la DISUMANITA’ della pena capitale. Quando, per miracolo, un detenuto si recupera, il giustizialismo non si arresta ma prosegue ciecamente fino a spegnere l’uomo appena rinato.

La società che applica la pena di morte è latitante, perché chiude le porte, dimentica le persone, non le conosce e non le vuole conoscere. Ma se ci avviciniamo, in qualche modo, scopriamo una realtà differente.

Sono loro, sono i Condannati a Morte che dovrebbero avere il diritto di far sentire la loro voce e che ci possono parlare e far toccare con mano la loro UMANITA’. Scrive Paris:

«...ma la conclusione finale è che non c’è alcun dubbio che tu riconosca la mia Umanità e, per me, ciò è così importante da considerare tutto questo solo di un soffio inferiore alla sensazione che proverei se mi trovassi nel Paradiso della Libertà... »

Anonimo ha detto...

21 Maggio 2006 - 15:43

Alcuni pensieri un po’ sgrammaticati, messi nero su bianco dopo la chiacchierata con Franco…

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere ala rieducazione del condannato. Questo è un passo tratto dalla nostra Costituzione (art. 27), ma non è solo questo: è anche un principio etico su cui ogni stato si dovrebbe fondare. Purtroppo, ancora oggi, non è così: sono ancora moltissimi, troppi, i paesi in cui la pena di morte viene considerata un metodo efficace, forse l’unico metodo efficace di lotta alla criminalità.

La pena di morte è e rimane un rito barbaro, lontano da una moderna civiltà giuridica, una punizione atroce, non applicabile nemmeno in seguito al più efferato dei delitti. Uno stato, teoricamente esempio di oggettività e correttezza, garante della giustizia, che agisce razionalmente, non spinto dall'emozione del momento, non può permettersi di porsi al livello di un criminale uccidendolo e violando così il suo diritto primo alla vita, nemmeno nel caso in cui sia stato proprio il condannato a macchiarsi di quello stesso delitto.
Sarebbe forse il caso di considerare il valore anche solo di una singola vita umana e comprendere che decidere a mente fredda di troncarne una è immorale e totalmente inutile.
Il diritto alla vita è un principio fondamentale su cui si basa la nostra società.

Spesso sentiamo motivazioni pro e contro la pena di morte, ma quasi mai ci soffermiamo su questo aspetto: “La pena di morte è discriminatoria”.
La pena di morte è spesso usata in maniera discriminatoria nei confronti di minoranze razziali, di persone povere e scarsamente istruite e in alcuni casi può venire usata come arma contro oppositori politici.
Un esempio di come la pena di morte sia usata in maniera iniqua nei confronti delle minoranze si ha negli Stati Uniti. Studi effettuati recentemente sulle condanne a morte comminate in vari stati degli USA hanno dimostrato che l'accusa ha chiesto in media la pena di morte nel 50% dei casi in cui l'accusato era nero e la vittima bianca e solo nel 28% dei casi in cui sia l'accusato che la vittima erano neri.
Gli Afro-Americani rappresentano il 12% della popolazione degli Stati Uniti ed il 50% delle persone giustiziate dal 1930.
E' inoltre dimostrato che la stragrande maggioranza di coloro che hanno subito la pena di morte, era gente povera. Il ricco non subirà mai la pena di morte. Il ricco può pagarsi qualsiasi avvocato, può pagare la propria libertà.

Silvia